Rubare Orwell
Un casco censurato, ventiquattro voci dalla guerra e un Paese che rilegge la propria Costituzione
Stanotte mi sono svegliata alle 3.17, in quell’ora senza difese in cui la casa è un organismo muto e ogni oggetto sembra osservarti con una pazienza che rasenta l’accusa; ho cercato il telefono sul comodino, ho acceso lo schermo con un gesto meccanico, ho visto scorrere le notizie come si guardano i fari delle macchine dalla finestra, luci che passano e non si fermano, e in mezzo a quel flusso di titoli che parlavano di guerra con la stessa neutralità con cui parlano di pioggia ho sentito un vuoto preciso, un buco nel petto che ormai è una forma di abitudine.
Mi sono alzata, ho camminato scalza sul pavimento freddo, ho cercato la libreria senza accendere la luce grande, e la mano ha trovato il dorso di “Oltre la soglia del dolore” come se lo stesse cercando da giorni; l’ho tirato fuori con cautela, come si fa con un oggetto fragile, e mi sono seduta a terra, con la schiena contro il divano, mentre fuori la città continuava a dormire sotto un cielo che, altrove, esplode.
Riaprire quel libro significa entrare in ventiquattro vite raccolte da Katerina Gordeeva lungo le linee spezzate della guerra tra Russia e Ucraina, ventiquattro voci che parlano da Mariupol’, da Buča, da città il cui nome ormai coincide con un cratere, con un condominio sventrato, con un corridoio di ospedale in cui il tempo si misura in attese e in respiri trattenuti. È il libro più crudele che abbia mai letto: c’è il suono di un vetro che esplode, c’è una madre che racconta la fuga con il figlio rannicchiato tra le braccia mentre intorno il mondo cade, ci sono famiglie che si perdono tra gli spari, militari che tornano a casa e si tolgono la vita, c’è un ragazzo che distingue il rumore dei droni dal battito del proprio cuore perché da quella differenza dipende la vita.
Il casco e la soglia
E mentre quelle pagine continuavano a lavorarmi dentro, mentre la voce di una madre rimaneva sospesa tra una riga e l’altra, ho capito perché ero tornata proprio a quel libro. Perché tra le ventiquattro testimonianze raccolte da Katerina Gordeeva e un casco da skeleton esiste un passaggio sotterraneo che all’inizio non si vede ma che, una volta intercettato, costringe a tenere insieme due spazi che il mondo preferisce separare.
La notizia, inizialmente, era arrivata con la compostezza tecnica dei resoconti olimpici: Vladyslav Heraskevych s’era presentato alle Olimpiadi Milano-Cortina con un casco ricoperto dalle fotografie di atleti e allenatori ucraini morti dall’inizio dell’invasione russa. Un numero che secondo le federazioni sportive ucraine supera le 650 persone. Tra quei volti c’erano pugili, sollevatori di pesi, tuffatori, ragazzi e ragazze che avevano una corsia, una pedana, un tatami come orizzonte e che oggi sono ricordati in un elenco che lo sport internazionale fatica a pronunciare per intero.
Lo skeleton è una disciplina in cui il casco occupa il centro della scena, il corpo aderisce alla slitta, la testa guida la traiettoria, le telecamere stringono sull’elmetto che taglia l’aria a oltre centoventi chilometri orari; Heraskevych ha scelto proprio quella superficie per trasformarla in una parete mobile di memoria, un supporto che durante la gara avrebbe mostrato al mondo quei nomi senza bisogno di parole aggiuntive. L’iniziativa s’inseriva in una tensione che accompagna l’atleta da anni: già a Pechino aveva forzato il protocollo con un gesto esplicito contro la guerra, attirando l’attenzione del movimento olimpico su un conflitto che, allora, molti consideravano ancora una minaccia e che, pochi giorni dopo, sarebbe diventato invasione su larga scala.
Qui, durante le Olimpiadi Milano-Cortina, ha deciso di mostrare alcuni atleti come Dmytro Sharpar che pattinava sul ghiaccio con la precisione di chi conosce ogni millimetro della pista, Yevhen Malyshev che era un biatleta di diciannove anni richiamato al fronte mentre consegnava aiuti umanitari, Alina Perehudova che sognava un Europeo, Pavlo Ischenko che aveva un soprannome da ring e una carriera che si stava aprendo. Le federazioni ucraine hanno raccolto questi nomi uno a uno, li hanno contati mentre il numero cresceva, hanno trasformato l’assenza in un elenco che non ha nulla di statistico perché ogni cifra coincide con un corpo.
A Bormio, però, il Comitato Olimpico Internazionale ha richiamato l’articolo 50 della Carta Olimpica, quello che vieta manifestazioni di natura politica durante competizioni e cerimonie ufficiali, e ha stabilito che il casco con le fotografie configurasse una presa di posizione politica all’interno dell’evento sportivo. Al campione ucraino è stato imposto di rimuoverlo; in assenza di adeguamento, sarebbe scattata la squalifica. La partecipazione alla gara è rimasta subordinata alla conformità. Come unica concessione è stata autorizzata una fascia nera al braccio in segno di lutto, un simbolo ammesso perché svuotato di nomi, di volti, di responsabilità precise.
E dentro questa frattura, dentro questa tensione tra ciò che può essere mostrato e ciò che deve essere contenuto, la figura di Katerina Gordeeva assume un peso quasi fisico. Perché Gordeeva non è una giornalista arrivata dall’esterno a raccontare la guerra degli altri; è nata nel 1977 a Rostov sul Don, è cresciuta nella lingua russa, si è formata dentro il sistema mediatico del suo Paese, ha lavorato per anni nella televisione nazionale occupandosi di reportage sociali e disastri, costruendo una reputazione di rigore e di ascolto che l’ha portata a essere una delle voci più riconoscibili del giornalismo narrativo russo contemporaneo.
Quando nel febbraio 2022 l’invasione dell’Ucraina è diventata realtà, la sua posizione si è trasformata in una linea di faglia. Gordeeva ha lasciato la Russia, ha continuato a lavorare dall’estero, ha mantenuto attivo il suo progetto d’interviste indipendenti, “Skazhi Gordeevoy”, diventato uno spazio di confronto con artisti, dissidenti, intellettuali e persone comuni. Nel 2022 il Ministero della Giustizia russo l’ha inserita nel registro degli “agenti stranieri”, una definizione che è un marchio politico, un’etichetta che segnala come “sospetto” chi viene percepito come critico nei confronti del potere. Essere inserita in tale registro significa dover accompagnare ogni pubblicazione con un’avvertenza umiliante, significa accettare che il proprio nome venga associato a una categoria costruita per insinuare sospetto. Significa anche sapere che una parte del pubblico che ti seguiva inizierà a guardarti come a qualcuno che ha tradito, che ha scelto l’altra parte.
Eppure Gordeeva continua. Continua a intervistare, a raccogliere storie, a pubblicare. Oltre la soglia del dolore nasce dentro questo clima, e si capisce leggendolo che non è un libro scritto a freddo, con la distanza dell’analisi. È un libro attraversato dalla fatica di chi ascolta e registra mentre il proprio Paese bombarda. E lei espone questa condizione, la espone continuamente. In più di un passaggio racconta quanto sia stato difficile per alcuni ucraini accettare di parlare con una giornalista russa, quanto pesasse quella lingua condivisa che oggi coincide con il trauma, quanto ogni intervista iniziasse con una tensione silenziosa, con la domanda implicita su chi fosse davvero quella donna che chiedeva di raccontare.
E dentro le sue pagine entrano anche voci russe. Madri di soldati richiamati al fronte, ragazzi arruolati e spediti oltre confine senza sapere cosa li aspettasse, cittadini che hanno lasciato il Paese per non partecipare a una guerra che sentivano estranea, persone che hanno deciso di abbandonare la vita una volta rientrati a casa. Non c’è simmetria morale tra aggressore e aggredito, ma c’è una complessità umana che Gordeeva rifiuta di comprimere in uno schema semplice. La responsabilità politica resta netta, ma la sofferenza individuale attraversa entrambe le società.
Sarebbe bello trovare, e di conseguenza consigliarti, un libro comodo. Ma la realtà è molto più brutale perché non offre mai una consolazione narrativa, non costruisce un racconto lineare in cui il bene e il male si dispongono in colonne ordinate. Mostra, invece, la frattura interna alla Russia, mostra l’apparato che s’irrigidisce, mostra la paura che filtra nel linguaggio quotidiano, mostra il dissenso che sopravvive in forme minute, a volte quasi invisibili. E mentre racconta l’Ucraina devastata, racconta anche la Russia che si chiude, che etichetta.
Orwell a scaffale
Dopo il febbraio 2022, quando Vladimir Putin annunciò l’ “operazione militare speciale” che avrebbe segnato l’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina, in Russia si produsse un fenomeno che ha la consistenza di un sismografo culturale: le copie di 1984 di George Orwell iniziarono a circolare con un’intensità che tradiva inquietudine. Un romanzo pubblicato nel 1949, costruito intorno a un sistema totalitario fondato sulla sorveglianza permanente, sulla riscrittura dei fatti e sulla manipolazione del lessico, tornò a occupare le vetrine delle librerie russe come un testo di orientamento, come un atlante morale attraverso cui decifrare l’aria che si stava facendo più densa.
A San Pietroburgo, in prossimità del Natale, una libreria legò insieme più copie di 1984 formando una ghirlanda sopra la cassa, gesto che oscillava tra l’ironia e la dichiarazione implicita, tra il commercio e la presa di posizione. Un’altra collocò il romanzo accanto a volumi patriottici, a una tazza con il volto di Orwell e una frase che evocava il Grande Fratello, trasformando l’icona della sorveglianza in oggetto domestico, in suppellettile da scaffale, come se l’occhio onnipresente potesse essere ricondotto a un sorriso obliquo, a una battuta che scivola via con apparente leggerezza. La letteratura, in quel momento, assumeva la funzione di linguaggio cifrato, di spazio di allusione in un contesto in cui il discorso pubblico si contraeva. Ma il dato più eloquente arriva dall’anno successivo.
Nel 2023, secondo quanto riferito da una catena russa di librerie, 1984 risultò il libro più rubato dell’anno. Il gesto, apparentemente marginale, possiede una forza simbolica che supera la dimensione commerciale: sottrarre un romanzo che narra l’onnipresenza del controllo e la torsione sistematica del linguaggio significa appropriarsene in modo diretto, quasi clandestino, come se la lettura dovesse avvenire al riparo da uno sguardo possibile. Nella prima metà del 2025 il primato dei furti è stato superato soltanto da un altro testo: la Costituzione della Federazione Russa, che proclama libertà di parola, libertà di informazione e divieto di censura. La distopia e il fondamento giuridico dello Stato vengono così affiancati da un medesimo gesto silenzioso, come se i lettori cercassero, tra quelle pagine, una misura, un confronto, una verifica della distanza tra il testo e l’esperienza reale.
A raccontare questa torsione del presente è Nina Khrushcheva, politologa cresciuta nell’ombra lunga del potere sovietico e nipote di Nikita Khrushchev, l’uomo che negli anni Sessanta denunciò i crimini di Stalin aprendo la stagione della destalinizzazione. Khrushcheva appartiene a una genealogia che conosce dall’interno la grammatica dell’autorità russa e oggi la osserva da fuori, con la distanza che consente di vedere le crepe. Nei suoi interventi su Foreign Affairs e nel libro In Putin’s Footsteps sceglie di partire proprio da Orwell per descrivere ciò che sta accadendo.
Ma cosa accade lo si capisce anche da una libreria moscovita, Respublika, luogo elegante, urbano, frequentato da una classe media che ama sentirsi europea. All’inizio della guerra esponeva Orwell ovunque, quasi a creare un contro-canto silenzioso; continuava a vendere vinili dei Rolling Stones e album occidentali mentre si moltiplicavano le richieste di rifiutare i prodotti culturali provenienti dai cosiddetti “Paesi ostili”. Tra i bestseller comparivano scrittori russi in esilio come Boris Akunin e Dmitry Bykov, voci critiche costrette a lasciare il Paese. Poi sono arrivate le accuse di estremismo, l’inserimento delle loro opere in un elenco ufficiale di migliaia di titoli proibiti, il ritiro dagli scaffali. Orwell, ancora lecito, è stato spostato al piano superiore, lontano dall’ingresso, pronto a essere sottratto allo sguardo nel caso di un’ispezione.
Khrushcheva cita anche un cartello apparso durante la campagna presidenziale del 2024, sollevato da Dmitry Kisiev, collaboratore di Boris Nadezhdin: «Orwell ha scritto una distopia, non un manuale». La frase contiene un doppio fondo, perché proprio come un manuale, 1984 sembra essere stato letto da chi governa. “Visitare la Russia negli ultimi anni” scrive “ha significato osservare il consolidamento di una dittatura in tempo reale, rispondere alla domanda che i lettori di 1984 si pongono, chiedendosi come lo sguardo del Grande Fratello sia diventato così penetrante e implacabile. All'inizio dell'invasione, lo Stato non aveva i mezzi per reprimere ogni possibile opposizione, e quindi ha represso in modo selettivo. La gente si è autocensurata, anche se molti hanno trovato il modo di esprimere il proprio disprezzo per la strada intrapresa dalla Russia. Ma da allora, Mosca ha costruito un apparato repressivo più ampio. Ha coltivato un clima di paura e incertezza che ha incoraggiato molti russi a mettere a tacere non solo se stessi, ma anche gli altri. L'accumulo di sottili cambiamenti da parte sia dello Stato che della società ha condotto la Russia sempre più in profondità nella tirannia, un ciclo che sembra improbabile che si spezzi finché il regime di Putin perseguirà quel tipo di controllo totale che fino a poco tempo fa sembrava esistere solo nel passato comunista della Russia o nella narrativa di Orwell”.
Non si tratta soltanto di divieti espliciti. Si tratta di un’arte più sottile: rendere normale l’anomalia, spostare gradualmente la linea del consentito, trasformare l’incertezza in metodo. È in questo spazio che 1984 torna a essere letto, comprato, rubato, e che la Costituzione viene sottratta dagli scaffali come se fosse un testo clandestino. La distopia e la legge finiscono per dialogare tra loro, come due specchi posti uno di fronte all’altro, e in mezzo resta chi prova ancora a capire quale immagine sia reale. Nei suoi saggi e nel libro “In Putin’s Footsteps”, frutto di un attraversamento delle undici fasce orarie del Paese, ha descritto la costruzione d’un sistema che consolida progressivamente i propri meccanismi di controllo, non attraverso un unico atto eclatante, ma tramite un accumulo di dispositivi giuridici e simbolici.
Tra questi dispositivi spicca proprio quella legge sugli “agenti stranieri” di cui parlavamo prima. Essa fu introdotta nel 2012 per identificare individui e organizzazioni che ricevono finanziamenti dall’estero e fu progressivamente ampliata fino a includere giornalisti indipendenti, scrittori, ricercatori, attivisti, singoli cittadini critici nei confronti dello Stato. All’inizio del 2022 le persone e le entità inserite in quella lista erano circa 300; oggi superano le 1100. L’iscrizione comporta obblighi formali stringenti e una marcatura pubblica che precede ogni intervento, ogni articolo. L’etichetta diventa cornice interpretativa, filtro attraverso cui leggere qualsiasi contenuto venga espresso.
Accanto a questo si registra un’intensificazione delle restrizioni sull’informazione: limitazioni all’uso di piattaforme digitali, sanzioni per chi diffonde versioni considerate difformi dalla linea ufficiale sulle operazioni militari, interruzioni dell’accesso a Internet mobile in diverse regioni con motivazioni legate alla sicurezza. La sfera pubblica si ridisegna attraverso una combinazione di repressione diretta e autocontrollo diffuso.
Khrushcheva richiama l’analisi dello storico Ian Kershaw e la formula “working towards the Führer” per spiegare come un sistema autoritario si rafforzi quando funzionari, istituzioni e cittadini iniziano ad anticipare le aspettative del leader, modulando il proprio comportamento in funzione di ciò che percepiscono come desiderabile dall’alto. L’articolo del 1993, Working Towards the Führer, nasce come studio sulla Germania hitleriana e descrive un meccanismo precisissimo: il leader formula un orizzonte ideologico, indica la direzione, stabilisce il clima; attorno a lui si attiva una macchina che si muove per anticipazione e per competizione nell’aderenza. L’autoritarismo prende corpo attraverso l’uso dell’ideologia come giustificazione morale delle azioni, attraverso la complicità volontaria di una parte della società e attraverso la repressione statale che interviene a consolidare ciò che è già stato interiorizzato.
Il leader definisce le esigenze repressive, poi l’entourage, le istituzioni, le imprese, le università, le organizzazioni civiche e i singoli individui traducono quell’orizzonte in regole di comportamento, in pratiche quotidiane, in micro-discipline diffuse. L’iper-patriottismo che oggi attraversa la Russia funziona secondo questo stesso copione: l’adesione si misura in entusiasmo e nella capacità di dimostrare fedeltà cieca. I cittadini ordinari partecipano alla costruzione del clima repressivo, desiderosi di mostrarsi allineati, talvolta pronti a vigilare sugli altri. I funzionari competono tra loro nell’applicazione più rigorosa delle direttive, trasformando l’eccesso in prova di lealtà. In questo processo l’anomalia assume sembianze di normalità, e ciò che appare ordinario comincia a scivolare nell’eccezionale.
Il risultato possiede tratti paradossali, quasi grotteschi nella loro apparente leggerezza. La censura opera in modo selettivo e incompleto, producendo una realtà attraversata da vuoti e sovrapposizioni. Nei centri commerciali compaiono parole inglesi a caratteri cubitali; le guide culturali commentano serie televisive occidentali, film premiati nei festival internazionali, brunch negli hotel di lusso; pubblicità di videogiochi dal titolo ambiguamente storico convivono con poesie patriottiche. In alcune sedi parlamentari emergono richieste di proibire saghe fantasy accusate di promuovere simboli esoterici, mentre sulle piattaforme di viaggio vengono offerti pacchetti turistici per parchi a tema ispirati agli stessi universi narrativi. A Mosca si organizzano eventi di Capodanno dedicati a Hogwarts, a Kazan un caffè propone dolci decorati con i volti dei personaggi di quella saga. La superficie mostra una pluralità di segni che suggerisce apertura, mentre il quadro normativo s’irrigidisce.
In questo intreccio di aperture apparenti e restrizioni crescenti, alcune categorie vengono formalmente dichiarate “movimenti estremisti internazionali”: formula giuridica che comporta conseguenze concrete nella vita civile. L’identità LGBT viene espulsa dal dibattito pubblico attraverso atti normativi che incidono su matrimonio, filiazione e rappresentazione culturale. Un editore russo, nel pubblicare la biografia di Pier Paolo Pasolini scritta da Roberto Carnero, sceglie di rendere visibile la censura oscurando intere pagine come in un dossier classificato, trasformando l’intervento repressivo in gesto grafico, in documento dell’assurdo.
Intanto i sondaggi del Levada Center registrano un affaticamento crescente rispetto al conflitto: una percentuale significativa della popolazione esprime stanchezza verso la prosecuzione delle operazioni militari, ma questo dato non coincide con un allentamento del controllo. Khrushcheva intravede due scenari entrambi attraversati dall’incertezza: una prosecuzione indefinita del conflitto, con possibili mobilitazioni più ampie e misure straordinarie, oppure una conclusione che aprirebbe interrogativi scomodi sulla gestione della guerra e sulle sue conseguenze economiche e sociali. In entrambe le ipotesi il controllo appare come elemento imprescindibile del sistema. In questo contesto il fatto che 1984 sia stato il libro più rubato nel 2023 e che la Costituzione lo abbia seguito nella classifica dei furti, assume una densità che sfiora l’allegoria. Il romanzo sulla sorveglianza e il testo che garantisce formalmente libertà di espressione vengono sottratti agli scaffali come oggetti da custodire. Letteratura e diritto diventano spazi di confronto con la realtà vissuta. Il gesto resta individuale, privo di proclami, e proprio per questo vibra con maggiore intensità: un atto minimo che segnala un bisogno profondo di misurare la distanza tra ciò che è scritto e ciò che accade, tra la parola ufficiale e l’esperienza concreta.
Dopo il casco lasciato nell’armadietto, dopo le ventiquattro voci di Gordeeva, dopo le copie di 1984 sottratte agli scaffali e la Costituzione portata via insieme alla distopia, dopo le liste di “agenti stranieri” che si allungano e le parole che cambiano peso, mi resta in testa una domanda.
Se un romanzo deve essere rubato per essere letto, se una Costituzione deve essere sottratta per essere creduta, se un casco deve essere svuotato per poter gareggiare, allora che cosa stiamo ancora chiamando neutralità, e soprattutto da che parte del silenzio scegliamo di stare?






